In tempi in cui è difficile dire a qualcuno d’esser stato “bravo”, mi piace ricordare chi fa l’impossibile senza saperlo

I volti e nomi li ho impressi nella memoria uno per uno: Paola, Valentina, Davide, Francesca, Laura, Ketty, Monica, Marzia e Guido; questi due, ultimi solo per caso, a ricordarmi le sembianze di Mietta e Ryan Gosling.

Ci sono poi quelli dei medici e d’altri addetti che mi hanno preso in carico senza avermi visto e conosciuto prima. Anche di loro ho impresso nella mente volti e nomi, ma per non fare torti causati da dimenticanza li tengo stretti alla memoria nel taccuino delle note.

Sto parlando dell’organico della Ucic e, più in generale, della Cardiologia dell’Ospedale di Santorso, Ulss 7 Pedemontana.

A rigore di metodo, e per dare al racconto verità oggettiva, prima d’ogni lode verso quella dove sono stato in cura sarei dovuto stare in ciascuna unità cardiologica d’Italia; ma vista l’impraticabilità procedurale, la mia storia, a prescindere da come è andata o da come l’hanno vissuta altri, è la personale vicenda per come penso di averla vissuta.

Altra occasione per darle forma non mi sarà forse concessa, per questo ne sottolineo la meraviglia più grande che è l’esser stato circondato benevolmente da persone a cui il destino, come il tempo quando gioca col caso, mai prima aveva palesato l’esistenze. Tra di noi, infatti, non c’era mai stato niente, e non importa se un mese o qualche anno prima li avessi incontrati alla stazione, al bar o nell’ascensore dell’ospedale, perché ovunque i nostri sguardi si fossero incrociati non avrebbero aggiunto alcunché al distacco e all’indifferenza. Ma come quegli estranei con cui si prende confidenza e che si rivelano perfetti, mi sono trovato a condividere con tutti loro gli spazi corti dell’inerzia fisica e il tempo lento dei pensieri.

Sorpresi dalla refrattarietà al serrare gli occhi, in altre parole, infermieri e medici mi hanno incoraggiato a tenerli aperti sul mondo infondendomi fiducia e ottimismo, facendo al contempo passare per usuale ciò che ai miei risultava straordinario e unico: prendersi cura, sotto ogni aspetto, di una persona inerme e della fragilità del suo essere. Tra l’agire e il subire hanno fatto in modo che le cose andassero per come meglio credevano, decidendo in pochi istanti, fuggenti come l’attimo tra la speranza e il rimpianto, la storia della mia e di altre esistenze care.

Dalla terapia intensiva alla degenza, senza scordare il passaggio alla riabilitazione CardioAction, siamo in centinaia, ogni mese, a varcare reparti, ad attraversare corsie e a finire tra le cure di quelle mani di cui pare Dio si serva per fare miracoli. Difficile, di conseguenza, pretendere possano rammentare facce e situazioni, perché troppo brevi, a volte, sono le circostanze dell’interazione. Ma io, a distanza di mesi, rivedo i loro volti e risento voci e nomi. E in tempi in cui è difficile dire “bravo” a chicchessia mi piace con queste parole ricordare che nessuno può privarli dei meriti attribuiti e riconoscere loro di aver fatto l’impossibile senza saperlo. Non c’è individuo che possa sottrarmi il tempo fin qui raggiunto e che loro mi hanno donato, proprio a ribadire che, se ogni inizio è solo il seguito, il libro della vita è sempre aperto a metà e un semplice grazie potrebbe non bastare.

Claudio Ruggiero

Amici del Cuore