La definizione di questo drammatico evento utilizza principalmente termini cronologici e ne assegna la responsabilità a cause del tutto naturali: naturale inaspettata e fatale sono i termini che ne contraddistinguono e riassumono le caratteristiche.

La letteratura medico scientifica è ricca di lavori, osservazioni e ricerche e viene costantemente aggiornata sugli sviluppi di nuove scoperte in tale ambito, con l’ovvio fine di evitarne l’insorgenza e fornire alla classe medica strumenti sempre più fini per riconoscere patologie cardiache non solo e non più, macroscopicamente evidenti, ma addirittura conseguenti ad alterazioni sempre più microscopiche a livello delle membrane delle cellule cardiache e dei meccanismi ionici che ne regolano l’attività.

Dalla fine del 1600, quando l’anatomia patologica a cominciato a dare le prime risposte ai clinici, individuando macroscopicamente le cause ad oggi riconosciute come le più comuni e manifeste di MI, si è giunti alla contemporaneità dove sono i ricercatori molecolari, biochimici e i genetisti che stanno offrendo spiegazioni sempre più innovative in merito ai meccanismi fisiopatologici che contraddistinguono alcune forme di cardiopatia, fatalmente misconosciute fino agli anni settanta del secolo scorso e silenti responsabili di innumerevoli perdite di vite umane. In un lungo e insidioso cammino la cardiologia ha compiuto effettivamente enormi progressi, anche per merito di scienziati italiani che in tempi non troppo lontani hanno avuto intuizioni e osservazioni talmente brillanti da non essere inizialmente accettate dalla comunità scientifica internazionale.

Nonostante tali scoperte e il continuo crescere di divulgazioni, l’incidenza della morte improvvisa è in costante aumento e determina un impatto sociale considerevole se si pensa che colpisce più frequentemente persone giovani e attive con un tasso d’incidenza complessivo che mediamente si attesta intorno allo lo 0,6-0,95 x 1000 abitanti x anno e che nella maggior parte delle statistiche si raggiungono valori d’incidenza pari al 45% dei soggetti al di sotto dei 65 anni d’età.

Le dimensioni epidemiologiche globali non sono pertanto trascurabili e risultano omogenee nel coinvolgimento di ambedue i generi.(63% circa maschi vs 64% femmine).

La causa sottostante e più frequente è la cardiopatia ischemica acuta o cronica, seguita dalle cardiomiopatie non ischemiche, la miocardite e la malattia cardiopolmonare, mentre cause più rare ma non trascurabili sono rappresentate dalle forme di displasia ventricolare e dalle cosiddette malattie dei canali ionici che nella maggioranza dei casi provocano l’insorgenza di aritmie ventricolari o più raramente inducono bradiaritmie, asistolia o blocco atrio ventricolare avanzato.

In questa genesi elettrica della MI, si pone la profonda sensibilizzazione degli organi sanitari regionali e nazionali che hanno dotato di apparecchi defibrillatori automatici strutture extraospedaliere quali palestre, stadi o attività commerciali. Di pari passo molti non addetti ai lavori vengono formati all’uso degli stessi e al corretto impiego delle manovre rianimatorie sul territorio.

Non è pura aneddotica il salvataggio di alcuni pazienti della nostra ULSS che, soccorsi in ambienti disparati, sono stati efficacemente mantenuti in vita da vicini e conoscenti, fino all’arrivo dei mezzi del 118.

Va tuttavia riconosciuto che la diffusione di mezzi idonei e preparazione culturale rimediano ad eventi in corso ma non ne prevengono l’insorgenza.

Sono la prevenzione e la stratificazione del rischio aritmico le vere chiavi di volta in grado di ridurre ulteriormente l’incidenza della problematica e come sempre, è in ambito preventivo che va rivolta la nostre attenzione.

Gli stessi ragionamenti, applicabili alla riduzione dell’insorgenza della cardiopatia ischemica e più volte ribaditi anche su queste pagine, rappresentano un idoneo mezzo per interrompere le complicanze elettriche della malattia coronarica.

Va tuttavia sottolineato che diversamente dall’ambito ischemico, in cardiopatie di varia natura la stratificazione del rischio aritmico può rappresentare una vera sfida ed è oggetto di continua revisione.

In tali situazioni è spesso necessaria l’esecuzione di diverse indagini invasive e non, al fine di identificare con la maggior accuratezza possibile i soggetti più a rischio.

Nell’ottica di tali obiettivi la Cardiologia di questo Ospedale ha perseguito un costante incremento delle attività diagnostiche il cui utilizzo e aggiornamento è storicamente merito del Dr. Bortolo Martini che ha iniziato e guidato nel tempo, il costante utilizzo della diagnostica elettrofisiologica e della cardiostimolazione.

Al pari delle Cardiologie di molti Ospedali, considerati di riferimento regionale, possiamo vantare aspetti culturali e scientifici riconosciuti in ambito nazionale nonché la disponibilità ad eseguire un ampia varietà di test finalizzati all’ identificazione dei soggetti a rischio di MI.

Questi soggetti vengono successivamente tratti con l’ applicazione di pacemaker, defibrillatori e dispositivi per la resincronizzazione cardiaca. Negli ultimi anni, in soggetti giovani, si è spesso ricorso anche all’impianto dei nuovi defibrillatori sottocutanei adottando tecniche chirurgiche innovative che hanno avuto riconoscimenti nella letteratura scientifica in pubblicazioni frutto della collaborazione con le maggiori elettrofisiologie del Veneto.

Il centro si è inoltre dotato di dispositivi miniaturizzati impiantabili per la diagnosi della sincope inspiegata e sono oggetto di valutazione innovativi sistemi di monitoraggio non invasivi.

Ulteriore impulso alla modernizzazione delle attività elettrofisiologiche è stata data, lo scorso anno, dall’acquisizione di apparecchi per il controllo remoto di pacemaker e defibrillatori che consentono il trasferimento di informazioni del dispositivo dal domicilio direttamente al nostro centro. Oltre agli aspetti prettamente tecnologici, alcuni anni fa si è aggiunto alle attività di elettrofisiologia il Dr. Rocco Arancio, un giovane e validissimo elettrofisiologo formatosi all’ospedale San Raffaele di Milano sotto la guida di uno dei maggiori esperti di elettrofisiologia internazionale, con l’intento d’incrementare ulteriormente le attività in ambito elettrofisiologico e nel campo delle ablazioni delle aritmie.

Non senza polemica a fronte di un costante sforzo organizzativo e strategico tale ambito rimane a tutt’oggi disatteso e carente per logiche burocratico-economiche mai seriamente riviste o rivalutate dalle precedenti amministrazioni ospedaliere.

In attesa e nella speranza che anche tale attività possa diventare operativa al più presto, non resta che ribadire pubblicamente le capacità del restante personale infermieristico operante nel servizio, il cui apporto essenziale è indispensabile a mantenere gli standard professionali e umani che caratterizzano l’attività del centro.

Sergio Cannas

Amici del Cuore