Il 9 ottobre 1963 è franato il monte Toc, sopra Longarone. La massa franosa è finita esattamente all’interno della diga, in quel momento piena, provocando un’onda altissima che ha tracimato, travolgendo i paesi sottostanti. Allora avevo nove anni, le notizie arrivavano a rallentatore e l’unica cosa nitida che ricordo è il continuo suono della sirena dei pompieri. Chiamava aiuti e rinforzi fra i Volontari, che non erano mai abbastanza. Quello che arrivava alle nostre orecchie erano informazioni frammentate e a volte discordanti. La mamma era in agitazione, anche perché a Longarone abitavano delle famiglie di Canale d’Agordo (il mio paese natale) e l’ansia era, se possibile, ancor più intensa. Proprio questo accadimento tragico ha dato il via alla decisione di acquistare una radio. “Vado io a comperarla”, aveva detto la mamma con tono solenne e deciso, come usava lei, “ne acquisto una di piccola che possa starci sulla mensola in cucina”. Nessuno aveva contestato. Le decisioni spettavano sempre a lei e noi fanciulli, nonostante la tragicità del momento, speravamo ardentemente di poter usare la radio anche per scopi diversi dalla mera informazione. Era andata a Cencenighe in corriera e al ritorno, tutti fibrillanti, aspettavamo ansiosi di tuffarci nella novità tecnologica. Lei però era arrivata a mani vuote, lo sconforto generale era stato palpabile. “Pesava troppo, la consegnerà Gino (il venditore), nei prossimi giorni”, aveva detto schietta. Il suo fare deciso non consentiva repliche. Pochi giorni dopo, un ometto di bassa statura, un po’ cicciottello, con il sorriso sempre stampato in volto e molta simpatia da condividere, si era presentato con uno scatolone enorme che copriva la sua figura dalla vista di tutti. Un po’ a tentoni, un po’ ad intuito (a palpo, si direbbe da queste parti), era riuscito a salire le scale senza danni e, arrivato al terzo piano, aveva aperto l’involucro ingombrante e ne era infine spuntata una radio gigantesca! Occupava mezza parete della cucina primeggiando fra le altre suppellettili, diventate improvvisamente obsolete, quasi inutili. Le vistose manopole color avorio e i tasti, grandi come quelli di un pianoforte, servivano per cambiare le onde o per sintonizzare. Onde corte, onde medie… nessuno ci capiva un gran che in verità. Alla fine la sintonizzazione si era stabilizzata sulle modulazioni di frequenza; nello stesso istante il mondo era piombato nella nostra casa. Con suono gracchiante e spesso disturbato si riusciva ad ascoltare i vari radiogiornali e soprattutto le notizie dal Vajont, quelle che interessavano maggiormente in quel momento. Col passare degli anni la radio si era rivelata preziosa per darci modo di essere costantemente aggiornati sui fatti del mondo e agli occhi di tutti, oggetto irrinunciabile. Anche allora, come oggi, le priorità dei radiogiornali erano le cattive notizie. Disgrazie di ogni genere e grado, calamità naturali, omicidi, scomparse, dipartite… Nulla di nuovo sotto il sole, mi viene da asserire, anche adesso le buone notizie continuano a non godere di particolare risalto o, per dirla nel linguaggio attuale, audience.

A novembre 1966 tutta la Valle (e molte altre zone d’Italia) era stata colpita da un’imponente e catastrofica alluvione. Nell’Agordino la furia delle acque era particolarmente intensa, il fango minaccioso e le frane distruttive. Sono morte dodici persone, fra le quali alcuni bimbi, molte case sono crollate e in parte trascinate via dall’acqua rabbiosa, altre sommerse di fango. I paesi sono rimasti isolati a lungo e privi di acqua potabile e corrente elettrica per almeno un paio di settimane. La radio era tristemente silenziosa a causa della mancanza di energia elettrica e in quell’occasione tutti avevamo compreso quanto fosse diventata importante, essenziale e determinante. Ai nostri giorni mancava un’amica preziosa. Dopo un paio di settimane la radio era tornata attiva e noi pronti ad ascoltare le quotidiane informazioni prevalentemente negative, raramente qualche pezzo musicale datato.

Poi ai primi di dicembre 1967, finalmente una bella notizia, sorprendente, fantastica e stupefacente. A Città del Capo, in Sudafrica, un certo Dottor Christian Barnard, mai sentito nominare prima d’allora, aveva eseguito, con successo, il primo trapianto di cuore al mondo! Notizia quasi fantascientifica e certamente non del tutto compresa, né da me né da molti altri più maturi e attenti. Il cuore di un essere umano deceduto era stato trapiantato nel torace di un malato, tale Louis Washkansky, di origine lituana, affinché potesse continuare a vivere. La notizia mi aveva messo addosso un entusiasmo a dir poco esagerato. La mamma era cardiopatica e a lei erano proibite molte cose che invece risultavano normale attività per la maggioranza. Proibito fare sforzi, proibito alzare pesi, fare la scale, correre, affannarsi… ma soprattutto a noi bambini, era proibitissimo farla arrabbiare. “Non si può, ha male al cuore, un arrabbiatura le potrebbe essere fatale”… erano queste parole ricorrenti e per noi fratelli un enorme ostacolo a qualsiasi cenno di capriccio o contestazione. Bisognava obbedire e basta, nessun se, nessun ma. Ora però questa scoperta fantastica di un trapianto avrebbe potuto migliorare molto la nostra situazione. Si sarebbe potuto recuperare un cuore (non si sa dove, né come, né in che modo, però era già stato fatto e sicuramente si sarebbe potuto fare molte altre volte), e trapiantarlo nel petto della mamma. Lei sarebbe guarita e a noi sarebbe stato possibile trasgredire, almeno in alcune occasioni, di tanto in tanto, senza esagerare, senza essere sopraffatti dall’angoscia di vederci trasformati in improbabili killer matricidi. Ricordare questi meschini pensieri ora, con la ragionevolezza dell’adulto, appare addirittura squallido e crudele. In quel momento nessuna considerazione da parte nostra, almeno mia, per il progresso scientifico rivolto all’umanità intera, bensì esclusivamente interesse personale, addirittura con un fine davvero poco lodevole e gratificante. Penso ora, col senno di poi, al successo che questa scoperta ha portato, a quante persone adesso possono vivere grazie al trapianto di cuore (ma estenderei ai trapianti di organi in genere), a quanti passi in avanti ha fatto la scienza in questo campo. Sono passati 50 anni da allora, mezzo secolo di storia, di ricerche, di progressi, di esperienze. Quante cose sono cambiate! Finita l’epoca delle radio gracchianti, i bimbi che eravamo sono nulla più che ricordi teneri di un passato lontano ma sempre presente nei cuori, ai cardiopatici non è più proibito fare le scale, vengono anzi stimolati a farle, a muoversi, ad essere attivi, forse adesso è persino consentito disobbedire senza timore di catastrofi in agguato… chissà.

Ed ora che sono arrivata in fondo mi accorgo di aver parlato di tutto. Di Vajont, di alluvione, di gioventù, di un contesto lontano che ormai è solo storia e di quel sorprendente progresso scientifico che si chiama trapianto che ha cambiato la strada della rassegnazione trasformandola in percorso di speranza e di rinascita. Lascio ai Medici raccontare dello studio, della scienza, della cardiochirurgia, io so raccontare solo sensazioni.

Gisella Paolin

Amici del Cuore