La lettura delle etichette costituisce un atto di responsabilità verso se stessi, per tutelare il proprio benessere e la propria salute. Procedendo nel nostro percorso, in questo numero de “L’informacuore” parleremo di data di scadenza, quantità, origine, lotto e codice a barre dell’alimento… prima di affrontare l’etichetta nutrizionale (calorie, grassi, carboidrati, proteine, ecc.).

DURABILITÀ DEL PRODOTTO

Distinguiamo due indicazioni che possiamo trovare sulla confezione del prodotto.

TERMINE MINIMO DI CONSERVAZIONE (TMC): negli alimenti che possono essere conservati più a lungo si trova la dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro il” che indica che il prodotto, immediatamente dopo la data riportata, può aver modificato alcune caratteristiche come il sapore e l’odore ma, può essere consumato senza rischi per la salute.

Conoscere la differenza tra data di scadenza e TMC può essere utile per evitare che un prodotto venga gettato quando ancora commestibile, riducendo gli sprechi.

Il TMC è composto da:

giorno e mese, per i prodotti conservabili per meno di tre mesi (esempio: “da consumarsi preferibilmente entro il 15 ottobre”;

mese ed anno, per i prodotti conservabili per più di tre e meno di diciotto mesi (esempio: “da consumarsi preferibilmente entro fine ottobre 2017”);

anno, per i prodotti conservabili per più di diciotto mesi (esempio: “da consumarsi preferibilmente entro la fine del 2018”).

Qualora sia necessario adottare particolari accorgimenti per garantire la conservazione dello stesso sino alla data indicata in etichetta, l’indicazione del TMC deve essere completata dall’enunciazione delle condizioni di conservazione.

DATA DI SCADENZA: nel caso di prodotti preconfezionati rapidamente deperibili dal punto di vista microbiologico e che possono costituire un pericolo per la salute del consumatore dopo breve tempo, il TMC è sostituito dalla data di scadenza, che deve essere indicata utilizzando la dicitura “da consumarsi entro il” seguita dalla data stessa o dall’indicazione del punto della confezione dove figura. La data di scadenza deve comprendere, nell’ordine: il giorno, il mese ed eventualmente l’anno e comporta la raccomandazione delle condizioni di conservazione e uso (anche dopo l’apertura della confezione), e, se prescritto, un riferimento alla temperatura che garantisce il periodo di validità. È vietata la vendita di prodotti alimentari a partire dal giorno successivo alla data di scadenza sulla confezione (art. 10 bis, c. 5 del D.lgs. 109/1992).

ATTENZIONE! L’indicazione del TMC non è obbligatoria per:

frutta e verdura fresche, comprese le patate, che non siano state sbucciate o tagliate;

il vino, l’aceto, il sale e lo zucchero allo stato solido;

le bevande con contenuto alcolico pari o superiore al 10% in volume;

i prodotti della panetteria e della pasticceria che, per loro natura, sono normalmente consumati entro le 24 ore successive alla fabbricazione;

caramelle, gomme da masticare e prodotti simili;

i prodotti da banco (salumi e formaggi venduti in supermercati e ipermercati che devono solo indicare la temperatura di conservazione dell’alimento).

QUANTITÀ NETTA, QUANTITÀ NOMINALE

La quantità di un prodotto preconfezionato è un’informazione obbligatoria da apporre in etichetta. Deve essere espressa in unità di volume per gli alimenti liquidi e in unità di massa per gli alimenti solidi. Può essere espressa come quantità netta e definire così solo il reale contenuto senza il peso dell’imballaggio, o come quantità nominale, specificando in questo caso la quantità media che un particolare imballaggio può contenere. Nei prodotti alimentari confezionati ed immersi in un liquido di governo o di copertura è obbligatorio inserire il peso sgocciolato ovvero il peso al netto del liquido. Queste due indicazioni sono importanti per la tasca del consumatore.

Per liquido di governo o liquido di copertura di intende: acqua, soluzione acquosa di sale, salamoia, aceto, soluzione di zucchero o di sostanze edulcoranti e soluzioni acquose di frutta e di ortaggi. L’olio non è considerato liquido di copertura ma ingrediente. Gli alimenti in un liquido di governo o di copertura devono riportare la quantità totale e la quantità del prodotto sgocciolato. In alcuni casi particolari si può scegliere tra due possibilità: riportare in etichetta di prodotto sgocciolato secondo le modalità previste per la regola del “QUID – Quantitative Ingredient Declaration”.

Per i prodotti congelati o surgelati quali carne, prodotti preparati a base id carne e prodotti ittici non trasformati, in etichetta va precisato il peso al netto della glassatura. La glassatura (cioè lo strato di ghiaccio nebulizzato sulla superficie del prodotto appena congelato o surgelato) può rappresentare anche il 20% del perso finale.

ORIGINE DEL PRODOTTO

PAESE D’ORIGINE E LUOGO DI PROVENIENZA

Una esigenza del consumatore per una etichetta trasparente e sicura è che il prodotto preconfezionato presenti l’indicazione dell’origine. Tale indicazione diviene obbligatoria, nel caso in cui la normativa comunitaria o nazionale lo preveda per specifiche categorie di prodotti come ad esempio:

prodotti ortofrutticoli freschi;

carni bovine – obbligo di indicare luogo di nascita, di allevamento e

di macellazione;

prodotti ittici;

uova;

latte fresco pastorizzato;

miele;

passata di pomodoro;

olio di oliva;

carni di animali della specie suina, ovina o caprina e avicola (fresche,

refrigerate o congelate) – obbligo di indicare luogo di allevamento e di

macellazione.

(ogni singola categoria verrà trattata in modo più approfondito prossimamente).

ATTENZIONE

Dal 19 aprile 2017 è obbligatorio indicare la provenienza delle materie prime impiegate per la produzione di latte, yogurt, burro, formaggi, latticini e altri derivati, prodotti e commercializzati in Italia. Il provvedimento si applica a tutti i tipi di latte di origine animale. Le diciture utilizzate sono “Paese di mungitura” con il nome del Paese nel quale è stato munto il latte e “Paese di condizionamento o trasformazione”. Qualora il latte o il latte utilizzato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, confezionato e trasformato nello stesso Paese, si può utilizzareuna sola dicitura, ad esempio: “Origine del latte: Italia”. Se le fasi di confezionamento e trasformazione avvengono in più Paesi, diversi dall’Italia, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le diciture “Latte di Paesi UE” (se la mungitura avviene in uno o più Paesi europei), “Latte condizionato o trasformato in Paesi UE” (se queste fasi avvengono in uno o più Paesi europei). Se le operazioni avvengono al di fuori dell’Unione europea, verrà usata la dicitura “Paesi non UE”. Sono esclusi solo i prodotti Dop e Igp che hanno già disciplinari chiari e completi.

INDICAZIONE DELLA SEDE DELLO STABILIMENTO O DI CONFEZIONAMENTO SE DIVERSA

L’obbligo di indicare lo stabilimento in etichetta era già sancito dalla legge italiana ma è stato abrogato dalle norme europee, ossia dall’entrata in vigore il 13 dicembre 2014 del Regolamento Ue 1169/2011 sulla nuova etichettatura dei cibi. La normativa europea, infatti, si limita a imporre l’obbligo di indicare solo il responsabile legale del marchio, che non serve a identificare esattamente la fabbrica nella quale è stato elaborato il prodotto.

Dopo una battaglia durata quasi due anni condotta con l’aiuto di associazioni e opinione pubblica, il ministero delle Politiche agricole è riuscito a reintrodurre in Italia l’obbligo di indicare sulle etichette lo stabilimento di produzione. Riguarda solo i prodotti fabbricati in Italia e commercializzati nel territorio nazionale, ma è comunque un passo importante per raggiungere l’obiettivo di etichette sempre più chiare e trasparenti e la rintracciabilità dell’alimento. Il Decreto è entrato in vigore il 22 ottobre 2017 ed in applicazione il 7 aprile 2018, gli alimenti immessi sul mercato o etichettati in difformità dal decreto entro il 7 aprile 2018 possono essere commercializzati fino all’esaurimento delle scorte.

PROBLEMATICHE

Gli obblighi di indicazione dello stabilimento in etichetta non si applicano agli alimenti preimballati, fabbricati o commercializzati in atri paesi europei al di fuori dell’Italia, quindi i produttori stranieri che fabbricano all’estero e vendono in Italia non saranno obbligati a indicare la sede dello stabilimento e potranno continuare a indicare sull’etichetta una sede italiana come responsabile anche se il prodotto non è stato fabbricato in Italia o con ingredienti italiani.

Inoltre, il decreto stabilisce che si debba indicare in etichetta lo stabilimento di produzione e, se diverso, quello di confezionamento, con l’ovvia conseguenza che se un alimento è prodotto interamente all’estero e solo confezionato in Italia, sull’etichetta sarà indicato uno stabilimento italiano e il consumatore sarà convinto di avere acquistato un prodotto italiano che invece è stato interamente fabbricato all’estero.

LOTTO DI APPARTENENZA

Il numero di lotto è importante in quanto consente la rintracciabilità di una specifica partita di alimenti. Si tratta di un codice alfanumerico preceduto dalla lettera “L”, designato dal produttore o dal confezionatore, che ne sono i diretti responsabili. Il lotto deve essere riportato su tutti i prodotti alimentari ad eccezione di:

prodotti la cui etichetta contiene la data di scadenza o un termine minimo di conservazione indicato con il giorno e il mese; in quanto già la presenza di tali indicazioni consente la rintracciabilità del lotto di produzione;

prodotti agroalimentari semi lavorati, che, all’uscita dell’azienda agricola, non saranno immessi sul mercato bensì sottoposti ad altra manipolazione;

prodotti preincartati e/o venduti sfusi direttamente nel luogo di produzione o di vendita al consumatore finale;

gelati monodose; in questo caso il numero di lotto va inserito nella confezione principale.

In caso di anomalia del prodotto o di non conformità, attraverso tale numero si riesce immediatamente ad isolare l’intera partita. Prodotti distinti con lo stesso lotto presentano presumibilmente le stesse caratteristiche.

CODICE A BARRE

Il codice a barre, attraverso una sequenza definita di numeri e linee bianche e nere, consente di individuare il Paese del produttore, il nome del produttore e il prodotto. Tale codice è nato con lo scopo di facilitare le operazioni di carico e di scarico delle merci, la vendita e l’inventario dei prodotti (non solo di quelli alimentari). Il codice viene rilasciato da appositi organismi che ne gestiscono il funzionamento. In Italia le aziende interessate a ricevere il proprio codice si rivolgono all’Istituto nazionale per la diffusione della codifica dei prodotti (INDICOD) con sede a Milano.

Le prime due cifre del codice indicano il prefisso nazionale ovvero rappresentano la nazionalità della ditta produttrice; per l’Italia tale numero va da 80 a 83; Spagna 84; Austria 90; Francia 30; Germania 40. Ma attenzione: la sigla del paese non corrisponde al luogo di produzione ma indica solo la nazionalità del produttore. Le successive cinque cifre rappresentano l’indirizzo del produttore; le ulteriori cinque cifre si riferiscono al tipo di prodotto; l’ultima cifra è un codice di controllo. Nel caso in cui la confezione non sia sufficientemente grande il codice può essere formato da otto cifre.

Per i prodotti preincartati, ovvero a peso variabile, e quindi confezionati all’interno di un negozio al momento della vendita le cifre iniziali vanno da 200 a 299.

MARCATURA ECOLOGICA

Sugli imballaggi e sulle etichette figurano indicazioni o simboli che invitano il consumatore ad uno smaltimento ecologico del contenitore al fine di facilitarne la raccolta e il riutilizzo e il riciclaggio.

INDICAZIONI METROLOGICHE

Il marchio comunitario “e”, riportato in caratteri di almeno 3 mm di altezza nello stesso campo visivo della quantità nominale (espresso in Kg, g, l, ml), attesta la conformità dell’imballaggio alla metrologia comunitaria: pertanto il prodotto può circolare nel territorio comunitario.

Vediamo ora l’etichetta di un prodotto che in questo momento tutti hanno in casa…

IL PANETTONE E IL PANDORO

Nella carta d’identità del prodotto devono essere indicati: denominazione di vendita (“panettone” e “pandoro” possono essere utilizzate solo da chi rispetta precise regole), la descrizione del prodotto, la lista degli ingredienti, il nome e indirizzo del produttore o confezionatore del prodotto, le modalità di conservazione più idonee, il termine minimo di conservazione, la tabella nutrizionale (energia, grassi, grassi saturi, carboidrati, zuccheri, proteine, sale) e gli eventuali ingredienti che potrebbero comportare un rischio allergenico (in grassetto).

Per legge l’impasto del panettone deve contenere i seguenti ingredienti:

farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria “A” (cioè uova fresche) o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica (cioè burro), in quantità non inferiore al 16%; uvetta e scorze di agrumi canditi, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; sale.

Si possono aggiungere altri ingredienti quali miele, cioccolato, vaniglia, ecc., o toglierne alcuni, (es. uvetta) purché indicati. Un panettone di alta qualità dovrebbe possedere la seguente composizione in ordine decrescente degli ingredienti più importanti: farina, tuorlo di uova fresche, burro fresco di panna, zucchero.

Nel pandoro il burro non deve essere presente in quantità inferiore al 20% e gli aromi di vaniglia o vanillina prendono il posto dell’uvetta e delle scorze di agrumi canditi.

In entrambi i dolci è facoltà del produttore aggiungere altri ingredienti quali latte e derivati, malto, burro di cacao, zuccheri, lievito, aromi naturali, emulsionanti, acido ascorbico, sorbato di potassio, miele nel panettone e zucchero impalpabile nel pandoro.

Nel caso in cui, per migliorare la qualità nutrizionale a fini salutistici del panettone, il burro venga sostituito con olio extra vergine di oliva o nel caso in cui venga prodotto senza uova la denominazione non potrà essere panettone ma ad esempio: “Dolce natalizio”.

PANETTONE O PANDORO?

Sono due dolci molto energetici… quindi attenzione a non eccedere con le porzioni!

Come si può notare dalla tabella il pandoro fornisce una quantità di calorie superiore rispetto al panettone, ma comunque per la scelta tra i due dolci non è il caso di basarsi su questo dato perché alla fine le differenze sono minime (anche considerando che a parità di volume una fetta di pandoro pesa meno di una di panettone)… meglio affidarsi al gusto personale.

Partendo dal presupposto che nessun alimento è di per sé dannoso ritengo siano necessarie alcune riflessioni/strategie:

– Solitamente viene mangiato alla fine di pasti già abbondanti… quindi per non eccedere con le calorie si può sostituire ad altri alimenti calorici come pasta, pane, patate, biscotti… o, data l’elevata presenza di grassi (saturi!), ridurre anche la quantità di condimenti usati (olio, burro, ecc.).

– L’ideale sarebbe consumarlo a colazione (non dopo cena!) rinunciandovi a fine pasto (scelta difficile…).

– Preferire versioni classiche di panettone e pandoro, senza farciture di creme, cioccolato, liquori o frutta secca (mandorle o nocciole), che fanno ulteriormente aumentare il contenuto calorico.

– Sostituirli con le versioni “light” (meno grassi e zuccheri)… chiaramente evitando di mangiarne il doppio!

– Resistere alla tentazione di fare il bis, meglio aggiungere un frutto (mandarancio).

– Evitare di aggiungere anche torrone, cioccolato e frutta secca (600 Kcal/100 g).

Ricordo inoltre che il peso è l’espressione tangibile fra entrate e uscite caloriche pertanto se si mangia di più è necessario consumare di più! Quindi più attività fisica!

Riferimenti:

Ministero della Salute – documenti redatti dalla dott.ssa Gabriella Lo Feudo di CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria)

Laleggepertutti.it/180109_etichette-alimenti

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