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L’ambiente montano.

La pressione atmosferica decresce con l’aumentare dell’altezza sul livello del mare, a 5.500 metri si riduce di circa la metà, la riduzione della disponibilità di ossigeno in quota è legata quindi alla diminuzione della pressione parziale di ossigeno che diminuisce quanto più si sale in quota e non alla  percentuale di ossigeno nell’aria che è sempre la stessa a livello del mare o in alta quota (circa 20 %). Le molecole di ossigeno in quota hanno una “spinta” minore ad attraversare gli alveoli polmonari e quindi con più difficoltà possono raggiungere i globuli rossi dei capillari polmonari.

La diminuzione dell’ossigeno disponibile si chiama ipossia ed è il principale fattore limitante la prestazione fisica in alta quota, può rappresentare un rischio per le persone affette da patologia cardiovascolare. Altre variabili di cui bisogna tener conto in montagna sono: la riduzione della temperatura ambientale, la riduzione della densità e dell’umidità dell’aria, l’aumento dell’intensità delle radiazioni solari e l’aumento della ventosità.

Adattamento dell’organismo all’ipossia.

L’organismo risponde ad una diminuzione della disponibilità di ossigeno con alcuni  adattamenti per assicurare sempre la stessa quantità di ossigeno alle cellule:

– aumento della ventilazione polmonare;

– aumento della frequenza e della portata cardiaca;

– aumento delle catecolamine e del cortisolo (ormoni  dello stress).

La risposta è individuale, ma modificazioni significative dell’attività cardiaca si manifestano soprattutto oltre i 3.000 metri.

Se la permanenza in alta quota si prolunga, all’adattamento subentra l’acclimatazione, caratterizzata da un aumento della secrezione di eritropoietina, ormone che stimolando la produzione di globuli rossi  aumenta  la capacità di trasportare l’ossigeno alle cellule.

Il cardiopatico in montagna.

Gli studi effettuati su pazienti con cardiopatia ischemica stabile: pregresso infarto e/o sottoposti a rivascolarizzazione coronaria con by-pass o angioplastica che in pianura presentavano al test da sforzo un normale incremento dei valori tensivi e della frequenza cardiaca in assenza di sintomi e segni di ischemia,  hanno dimostrato che anche alle quote  di 2.500 metri non si sono manifestati  sintomi o segni elettrocardiografici di ischemia da sforzo. Analogo comportamento si è registrato anche in pazienti con lieve-moderata depressione della funzione sistolica ventricolare sinistra in assenza di segni di scompenso cardiaco.

Il soggiorno in quota fino a 2.500 metri in soggetti con cardiopatia ischemica stabile potrà quindi essere consentito dopo una adeguata valutazione cardiologia preventiva in cui verrà data indicazione del tipo e dell’intensità dell’attività fisica che potrà essere praticata.

Nel paziente iperteso c’è una tendenza ad un lieve aumento dei valori pressori in quota, questo aumento è legato soprattutto all’attivazione adrenergica con la secrezione di catecolamine e cortisolo, gli ormoni dello stress. È opportuno nei soggetti affetti da ipertensione un controllo dei valori tensivi specie durante la prima settimana di soggiorno in quota in modo da permettere un eventuale aggiustamento della terapia.

Con queste premesse non ci sono limitazioni al soggiorno in quota nei soggetti ipertesi fino a quote di 2.500 metri.

Il  rischio per il cardiopatico in montagna non è solo legato alla quota ma anche ad altre variabili accennate all’inizio di cui bisogna sempre tener conto: freddo, stress, intenso stimolo emotivo per  situazione di pericolo, situazioni che dovranno essere evitate il più possibile.

Alcune raccomandazioni per l’attività fisica in montagna.

• Salire con gradualità per meglio adattarsi alla  quota e all’ambiente.

• Modulare l’intensità dell’esercizio fisico in base alla quota, eventualmente ridurre i livelli di attività rispetto a quelli usuali in pianura.

• Adeguata idratazione e corretta alimentazione soprattutto a base di carboidrati.

• Adeguata preparazione e allenamento.

• In presenza di fattori di rischio cardiovascolare è indicata una valutazione cardiologica.

Alcune raccomandazione per i pazienti cardiopatici.

• Prima di salire in quota sottoporsi ad una accurata valutazione clinico-funzionale.

• Limitare l’attività fisica i durante i primi giorni di soggiorno in quota.

• Evitare situazioni di stress o pericolo che  possono rappresentare un intenso stimolo emotivo.

• Evitare sforzi dopo mangiato.

• Iniziare lo sforzo lentamente e gradualmente, evitare le brusche interruzioni.

• Ridurre o evitare l’attività fisica in presenza di condizioni meteorologiche sfavorevoli (freddo, vento forte, caldo e/o umidità eccessiva).

• Prestare attenzione ad eventuali disturbi che insorgono durante sforzo o subito dopo (dolore al torace, palpitazioni, dispnea, vertigini, facile affaticabilità).

• Fare attività fisica solo quando si è in buone condizioni generali.

Soggiornare in montagna fino a 2.500 metri di quota e praticare attività fisica può quindi essere permesso a soggetti cardiopatici previa accurata valutazione clinico-funzionale che confermi un buon compenso e un buon controllo della malattia dalla terapia in atto.

Dobbiamo quindi trovare il giusto compromesso tra un atteggiamento troppo restrittivo e uno troppo permissivo che consenta di ottenere il massimo beneficio con il minimo rischio per la salute del cardiopatico. A questo proposito concludo con una descrizione dei benefici effetti dell’ambiente di montagna data, nell’attraversare le montagne del Pamir,  da un illustre veneto di qualche anno fa, insofferente di costrizioni geografiche e culturali, Marco Polo:

       

             “L’aere è cosi puro in quelle sommità e l’abitarvi così sano che gli uomini che stanno nelle città e nel piano e valli, come si sentono assaltar dalla febbre di cadauna sorte o d’altra infirmità accidentale, immediate ascendono il monte e stanvi duo o tre giorni, e si ritrovano sani per causa dell’eccellenza dell’aere”.

Buone escursioni in montagna.

Dr. Giorgio Dalle Molle

Responsabile U.O.S. di Medicina

dello Sport ULSS n. 4 “Alto Vicentino”

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